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Lo so, sono quasi tre mesi di silenzio ma di questo parlero’ in un altro post.

Oggi vorrei brevemente raccontarvi di un episodio al quale ho avuto il piacere di assistere qualche tempo fa e che calza a puntino con la mia teoria sulle preoccupazioni e del perche’, da tempo, non fanno piu’ parte della mia vita.

Un giorno, tornando a casa dal lavoro, ero fermo davanti al passaggio a livello aspettando che le sbarre si aprissero per poter passare.

Nell’attesa, la ragazza dietro di me coglie l’occasione per sistemare le cose dentro lo zaino e tirato fuori un pacco di fogli con gli appunti della scuola per fare un po’ di spazio, lo appoggia un attimo per terra. Appena lo molla un improvviso colpo di vento scaraventa il pacco in aria e tutti gli appunti vanno perduti, alcuni finiscono direttamente in mare, altri sotto il treno che sta passando, altri ancora continuano a volare decine e decine di metri per aria e sembrano voler fare a gara di volteggio acrobatico con i gabbiani. La ragazza dopo un brevissimo attimo di panico scoppia a ridere come una matta, sembra proprio godersi la scena come se la cosa non la riguardasse per nulla e quando una signora le chiede se non fosse preoccupata per tutti gli appunti andati persi lei, sempre con un bel sorriso sulle labbra, le risponde cosi’ “ Perche’ dovrei preoccuparmi? Non posso fare assolutamente nulla e allora tanto vale che mi goda il momento no?”

Risposta perfetta ho pensato io, questa ragazza ha proprio il giusto approccio alla vita.

Vedete, dal mio punto di vista ci sono solo due soli tipi di cose delle quali potremmo potenzialmente preoccuparci.

  • Quelle sulle quali non abbiamo il controllo
  • Quelle sulle quali invece abbiamo il controllo

Il mio ragionamento e’ dunque questo.

Che senso ha preoccuparsi per un qualcosa che non dipende da noi e sul quale non abbiamo assolutamente nessuna forma di controllo? Perche’ farsi il sangue amaro, rovinarsi un minuto, un’ora, un giorno intero, oppure nel peggiore dei casi trascorrere interi mesi in preda all’ansia nell’attesa di un risultato medico, un esame scolastico, un possibile licenziamento o qualsiasi altra cosa sia? Sono tutte cose sulle quali non possiamo fare nulla e il preoccuparsi  non cambiera’ in alcun modo il risultato. Preoccuparsi per questo tipo di cose non ha allora davvero nessun senso.

Che senso ha preoccuparsi per un qualcosa sul quale abbiamo noi stessi il controllo? Se ne abbiamo il controllo possiamo decidere da soli quale sara’ il risultato finale, possiamo agire liberamente e fare in modo che la cosa prenda la direzione che vogliamo noi. Il potere e’ nelle nostre mani per cui ancora una volta preoccuparsi per questo tipo di cose non ha davvero nessun senso.

Troppo semplicistico? Non credo.

Provate a ragionarci sopra e vedrete che ha un senso.

The Way

Qualche giorno fa nel bel mezzo di una sessione di meditazione durante la quale stavo stirando delle camicie, mi e’ improvvisamente sorta una domanda per la quale avevo gia’ una risposta e che e’ strettamente legata alla nuova Tagline di questo mio spazio virtuale che i piu’ attenti di voi lettori avranno notato da qualche giorno.

Ma se per essere felici abbiamo necessita’ di determinate cose nella nostra vita, siano esse di tipo materiale o no, non equivale a dire che al momento della nascita ognuno nasce infelice?

Se ci pensiamo bene, quanti di noi abbiamo detto frasi del tipo “Solo quando avro’ una casa mia saro’ sereno, tranquillo e felice” oppure “Se avessi piu’ soldi potrei permettermi tante piu’ cose” oppure ancora ” non posso essere felice per questo, questo e quest’altro motivo e se solo invece……”. Non sentiamo mai nessuno dire che non e’ felice o semplicemente soddisfatto perche’ non riesce a portare la felicita’ in quello che fa, nella propria vita.

La mia personale risposta alla domanda e’ molto semplice.

Cose come la felicita’, la serenita’, la tranquillita’ e persino il divertimento sono processi interni che ci appartengono e  di conseguenza dipendono solo da noi stessi. Non sono e non possono essere legati o dipendenti da circostanze esterne, da situazioni in cui ci troviamo in un determinato momento, dalla mancanza di qualcosa o qualcuno.

Al contrario sono cose che possiamo e dobbiamo portare noi nelle nostre vite quanto, quando e come lo riteniamo opportuno. Sono continuamente li’ a nostra disposizione, da sempre, dal primo giorno in cui siamo venuti al mondo e addirittura da prima ancora anche se su quest’ultima affermazione ci sarebbe troppo  da spiegare e non a caso esistono interi libri che ne parlano e aiutano a capirne le radici.

Ed e’ proprio perche’ fanno parte di noi, sono parte integrante di chi siamo, che possiamo e dobbiamo portarle nella nostra vita, in qualunque situazione ci troviamo, qualunque siano le circostanze. Anche in quelle piu’ difficili abbiamo sempre la possibilita’ di decidere come vogliamo  sentirci e se cosi’ stanno le cose, perche’ non attingere sempre alla fonte che ci fa stare meglio?

There is no way to happiness, happiness is the way

(Non esiste la via che porta alla felicita’, la felicita’ e’ la via)

In questi tempi di crisi economica e sociale mi sento veramente privilegiato ad avere ancora un lavoro. Dovunque non si sente parlare altro che di crolli di qui, licenziamenti di la’, proposte di riduzione dei salari da una parte e aumento delle tasse dall’altra.

Per mia fortuna, la crisi non sembra avere grandi effetti sull’azienda per la quale lavoro e sebbene le cose non siano come negli anni passati e anche da noi cerchino di ridurre i costi dove possibile, giovedì scorso i nostri manager ci hanno comunicato che anche quest’anno avremo tutti un aumento di stipendio e che riceveremo il bonus annuale nella busta paga di questo mese.

Ovviamente non posso essere che grato di tutto cio’, lo so che e’ merito mio se mi guadagno uno stipendio e se ottengo una buona valutazione per i bonus, ma considerando come vanno le cose nel mondo in questo periodo, non mi sarei affatto stupito se per quest’anno ci avessero liquidato con un semplice grazie. Cosi’ non e’ stato e di conseguenza una parte di me si sente fortunata e come dicevo all’inizio, privilegiata. E’ stata proprio questa sensazione di privilegio che mi ha dato un’idea attraverso la quale mi auguro, anche se solo in minima parte, possa ridare un po’ di forza e speranza a chi invece ha perso il lavoro.

Era da qualche settimana che ci stavo pensando e avevo accennato la cosa a mia moglie la quale, pur condividendo i miei ragionamenti, era inizialmente rimasta un po’ contraria. Entrambi pero’ sentivamo dentro di noi che era una cosa giusta da fare e dopo aver valutato bene le cose, ieri abbiamo fissato un appuntamento e questa mattina, dopo un  breve colloquio e un altrettanto breve sopralluogo abbiamo deciso che a partire da venerdì prossimo, faremo venire una ragazza a fare le pulizie di casa. Cio’ che ci ha spinto ad un passo del genere e’ stato principalmente il desiderio di restituire qualcosa agli altri, di condividere quella che percepiamo come abbondanza e dare un piccolo contributo alla societa’ e all’ economia. Ci siamo chiesti “visto che non siamo i tipi che spendono per il semplice gusto di spendere e non compriamo cose di cui non abbiamo veramente bisogno, quale e’ la cosa che ci manca di piu’ e di cui nella vita non sembra essercene mai abbastanza?” La riposta e’ stata questa “il tempo per noi stessi”.

Non sara’ molto, in fondo sono solo un paio d’ore, ma se le moltiplichiamo per le 52 settimane dell’anno diventano 104 ore che equivalgono a 13 giorni* di tempo libero per noi e di lavoro per la ragazza che ne ha da poco perduto uno.

(*) Considerando la giornata lavorativa di 8 ore.

Non ricordo bene che anno fosse ma ha poca rilevanza ai fini di cio’ che voglio raccontare. Al tempo in cui feci la visita per il servizio militare ero in ottima forma fisica e tra i settecentotrenta che eravamo, a me e ad altri sei ragazzi fu offerta la possibilita’ di fare domanda per arruolarsi nel corpo dei paracadutisti. Io presi subito la palla al balzo e compilai immediatamente i moduli. Era da quando ero piccolo che avevo il desiderio di lanciarmi con un paracadute e per di piu’ ero, allora, tra quelli che credevano che un fucile in mano potesse aiutare a mettere ordine tra due fazioni e l’idea di poter partire per una  missione di pace mi attirava da morire. Nel giugno 1987 partii per svolgere gli allora dodici mesi obbligatori e durante i primi giorni, oltre a consegnarci nuovi abiti, coperte, scarponi, zaini, fucili, mitraglie, bombe a mano, baionette e un sacco di altra roba, ci fecero diverse iniezioni che a detta dei medici avrebbero tenuto alla larga per circa un anno qualsiasi malattia. Nel mio caso continuarono a produrre i magici effetti per i dieci anni successivi durante i quali non ricordo di aver avuto neppure un lieve raffreddore. Un bel giorno pero’ mi svegliai nel mezzo della notte in preda ad un attacco della stessa natura di quello che mi ha colpito giovedi scorso e che ormai si verificano con cadenza annuale dalla fine degli anni ‘90.

Il tutto comincia con una sensazione di groppo alla gola, come se un uovo intero fosse bloccato sulla bocca dello stomaco, le gambe cominciano a tremare, il cuore va in tachicardia e il sudore si fa freddo, la pancia sembra gonfiarsi all’improvviso con qualche metro cubo di gas :-) dando origine a crampi che mi lasciano a volte senza fiato. Un paio di minuti ed ecco che parte dai piedi un qualcosa di simile ad una scarica elettrica che pian piano comincia a salire sulle gambe, sul ventre e sulle mani, sale ancora sulle braccia, sul torace e via sul collo, sul viso che si fa pallido e quando arriva in testa spesso e volentieri svengo di botto.

Mi risveglio quasi subito grazie a un paio di schiaffetti di mia moglie o di chiunque altro abbia il piacere  di assistere alla scena. Se sono solo….. riprendo i sensi con comodo. Durante le 24 ore successive mi sento come Willy il coyote dopo l’ennesimo fallimentare tentativo di prendere lo struzzo. I dolori forti all’addome e alla schiena insieme ad un senso di stanchezza atroce sono postumi immancabili mentre vomito, dissenteria, febbre alta, mal di testa, nausea e vertigini sono bonus opzionali.

Le cause scatenanti variano ogni volta e a dire il vero credo non ce ne siano alcune ben specifiche. La mia sensazione e’ che per un determinato periodo il mio corpo tenda ad accumulare tossine, virus, bacilli, stress, fatica invece di affrontarli uno ad uno man mano che si fanno avanti.  Cosi’ facendo,  una bevanda alcolica, un cibo indigesto o non proprio fresco, uno scalino di troppo, un inizio di raffreddore, il caldo o il freddo o qualsiasi altra cosa che il corpo sarebbe normalmente in grado di affrontare, provoca invece il raggiungimento del limite massimo di accumulo. A questo punto, l’intero sistema non ha  altra scelta che interrompere qualsiasi attivita’ e concentrare tutte le energie nel liberarsi di tutto quanto accumulato dall’ultimo “reset”.

Parigi - Day 1

Erano circa una quindicina d’anni che non venivo a Parigi e l’emozione del ritorno era forte. Avevo un ricordo magico e stupendo della citta’ e con piacere devo dire di non averla trovata troppo cambiata. Si respira ancora quell’aria un po’ retro’ che ho sempre amato e che tanti diversi anni fa  mi spingeva a  farle  visita quasi ogni anno. Ovvio, il fatto che la mia ragazza di allora fosse nata proprio qua e che avesse ancora parenti in citta’ valeva da sola come buona ragione per tornare di frequente, ma per me le ragioni vere erano altre. Amo la sua architettura, i suoi musei, l’arte a quasi ogni angolo della strada. Adoro, camminando sui marciapiedi o viaggiando sulla metro, incrociare lo sguardo di gente di tutte le etnie. Ok, queste ultime sono il frutto di un passato coloniale del quale c’e’ poco di cui essere orgogliosi, ma almeno qualcosa di positivo lo ha portato. Ha creato l’opportunita’ di creare questo “melting pot” di razze e colori che a me non fa che ribadire il concetto che in verita’ di razza ne esiste una sola e che nonostante le apparenze, siamo veramente tutti uguali e in perfetta compatibilita’ gli uni con gli altri.

Siamo atterrati alle 14:40 ora locale ma tra il ritiro bagagli, il treno per raggiungere il centro e i cinque minuti a piedi, siamo arrivati in albergo che erano circa le 16:30. Il tempo di darci una sistemata e poi via, verso il Musée d’Orsay, il mio preferito e che il giovedì rimane aperto fino alle 21:45 .

Le tappe di domani sono ancora da definire, per adesso sappiamo solo che in serata ci incontreremo con un vecchio amico parigino incontrato a Dublino nel 2002 e che non abbiamo piu’ visto da circa sei anni. Il resto dipendera’ dal meteo e da quello che ci fara’ voglia di fare assieme a due preziosissimi amici (e parenti visto che lui e’ il fratello di mia moglie) che ci hanno raggiunto dall’Italia.

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